Luciana Mella

Il cattivo tedesco e il bravo italiano

Fa parte dell’immaginario collettivo degli italiani l’idea che, durante la Seconda Guerra Mondiale, i soldati tedeschi e la Germania furono i cattivi, mentre gli italiani rimasero tutto sommato brava gente.

Il saggio dello storico Filippo Focardi “Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della Seconda Guerra Mondiale“ (Editori Laterza, 2013), in trecento pagine, smonta una delle convinzioni più radicate nella maggior parte degli italiani. L’autoraffigurazione, cioè, del soldato italiano come buono, compassionevole, pronto a prodigarsi nel salvataggio degli ebrei, diametralmente opposto nella sua sensibilità e comportamento a quello tedesco, brutale, freddo, antisemita e in grado di compiere nefandezze di ogni genere. Un mito storico che, con motivazioni diverse, fu alimentato da diversi soggetti coinvolti nel conflitto: alleati, antifascisti, e monarchici.

Un mito al quale si affianca anche un passaggio spinoso della storia italiana del dopoguerra, ovvero quello della mancata „Norimberga italiana“. Dei circa mille civili e militari iscritti nella lista dei presunti criminali di guerra, redatta dalla Commissione delle Nazioni Unite, nessuno fu infatti mai giudicato. Con il suo saggio Filippo Focardi cerca di sollevare il velo su alcuni degli aspetti taciuti e rimossi delle responsabilità dall’Italia monarchico-fascista nella Seconda Guerra Mondiale, troppo a lungo custoditi nel silenzio della storiografia ufficiale.

Qui la mia intervista con l’autore (2013), trasmessa da Radio Colonia (WDR).

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