Luciana Mella

Shoà a Como

La Mensa dei Bambini

Emerge dagli Archivi del Centro di Documentazione ebraica di Milano una tragica pagina di storia.
Illustrazione tratta dalla copertina del volume di Mario Spinella, Memoria della resistenza, Einaudi Tascabili.

Si intravvedevano le prime luci del giorno quando il 16 ottobre 1943, i nazisti operavano a Roma il primo rastrellamento di ebrei. Esattamente dieci giorni dopo, in 1.022, venivano deportati ad Auschwitz. Iniziavano anche per gli ebrei italiani gli indimenticabili e dolorosi giorni della Shoà (sterminio); quello che nel più raffinato gergo germanico di allora veniva indicato come Nacht und Nebel (notte e nebbia): far scomparire i deportati senza lasciare nessuna traccia.

Anche Como non fu indenne da questa sciagura. Nonostante non esistesse in città, e nei dintorni, una comunità ebraica consolidata (l’ultima era stata cacciata intorno al 1570), numerosi furono gli arresti di ebrei. In molti erano giunti in città, ma soprattutto nei paesini limitrofi e confinanti con la Confederazione Elvetica, dopo i primi provvedimenti legislativi razzisti e antiebraici del novembre 1938. Una migrazione più consistente la si era registrata allo scoppio della Guerra e con i primi bombardamenti su Milano.

Secondo le statistiche fornite allora dall‘Unione delle comunità israelitiche italiane, nel 1940, gli ebrei iscritti alla Comunità di Milano, comprendente anche Como, Pavia, Sondrio e Varese, erano circa 5.000. Con la firma dell’armistizio, l ‘8 settembre 1943, veniva anche sottoscritta una clausola che ingiungeva la liberazione immediata di tutti i prigionieri di guerra e dei cittadini già nemici, nonché delle persone considerate tali, come nel caso degli ebrei stranieri. Così moltissimi exinternati nelle località dell’Italia settentrionale cominciarono a fluire verso Como nella speranza di potervi trovare aiuti e appoggi per passare clandestinamente in Svizzera.

Affidati nella maggioranza dei casi alla memoria orale, molti accadimenti si sono persi; poche, purtroppo, le testimonianze rimaste scritte. Conservato negli archivi del centro di Documentazione Ebraica di Milano vi è però del materiale documentario abbastanza raro, che ci riguarda da vicino. Dalle pagine dattiloscritte di Israel Kalk, raccolte nell’omonimo Fondo, apprendiamo un episodio rimasto sinora sconosciuto.

Verso la fine dell’agosto del 1943 a Montano Lucino, lungo la via Varesina al civico 9, si trasferisce la Mensa dei Bambini, un’istituzione ebraica, creata a Milano nel 1939, che provvede ad assistere bambini espulsi dalle scuole pubbliche, ma anche donne ed anziani bisognosi. Vi si svolgono attività scolastiche e ricreative, e vengono forniti pasti caldi e cure mediche. Ufficialmente nella sede della Mensa di Lucino sono ospitati i bambini sfollati da Milano dopo le incursioni aeree avvenute tra 18 ed il 13 agosto; in realtà l’edificio diviene un centro per il passaggio clandestino di ebrei in Svizzera.

La lettera originale in lingua tedesca. Il documento, rintracciato fra gli archivi del P.N.F. di Como, è disponibile presso il Museo della Resistenza Comasca di Dongo

Come passatore viene assoldato un perfetto conoscitore della zona di frontiera, che deve questa sua fortuna all’aver lavorato per molti anni come elettricista addetto alla riparazione e alla manutenzione delle linee elettriche aeree che collegano gli impianti italiani con quelli svizzeri. A dirigere e sostenere la Mensa dei Bambini, unica del suo genere, è lo stesso Israel Kalk, ingegnere di origine lettone, affiancato dalla moglie. Oltre a prendersi cure dei fanciulli, invia anche emissari a Milano per far sapere a tutti gli ebrei profughi che la Mensa è un luogo di transizione, addossandosi tutte le spese inerenti al passaggio. Come ricorda lo stesso Kalk: “non furono pochi coloro che usufruirono di questa possibilità. Il centro di Lucino funzionò per diverse settimane, fino a quando il viavai caotico e disordinato dei gruppi di profughi attirò i sospetti dei tedeschi”, che, ricordiamo, erano entrati in Como il 12 settembre 1943. Lo stesso benefattore, alla fine dell’ottobre dello stesso anno, è costretto a passare il confine e a chiedere asilo alla Confederazione Elvetica.

A fianco di questa pagina di storia rimasta nell’ombra, ne rimane dolorosamente aperta una più ufficiale, ricostruibile dagli archivi del Partito Nazionale Fascista di Como. Purtroppo la corrispondenza che si occupa di persone di “razza ebraica” è abbastanza copiosa. Bastano pochi esempi, per farsene una precisa idea.

Il 12 dicembre 1943 il comandante della Legione “Monte Rosa” di stanza al confine, invia al Capo della Provincia di Como, un nutrito rapporto di quattro pagine. Oggetto: fermo di ebrei. In esso vi si legge che gli ebrei fermati nel territorio della provincia di Como, a partire dai primi di ottobre sono cinquantotto. Una operazione che lo scrivente definisce “brillantissima” e che oltre all’arresto delle persone ha anche comportato il sequestro di preziosi e rilevanti valori “sottratti alla ricchezza nazionale”. Quasi tutti i cinquantotto ebrei schedati nella lista, finiscono la loro fuga in un campo di concentramento tedesco.

Qualche mese più tardi, nell’aprile del 1944, l’alto comando germanico di stanza a Como, agli ordini del capitano Joseph Voetterl, indirizza al Prefetto della Provincia, Franco Scassellati, la seguente missiva: “Con riferimento alla mia lettera succitata, Vi comunico che da informazioni e argomentazioni risulta che i suddetti ebrei non sono in possesso della cittadinanza portoghese ma di quella greca. Detti ebrei vennero trasportati in un campo di concentramento tedesco. Saranno messi completamente sotto le leggi sugli ebrei, e così la prefettura potrà disporre liberamente dei loro beni, che vengono messi a sua disposizione”. Firmato Voetterl.

Illustrazione tratta della copertina del volume di Mario Spinella, Memoria della resistenza, Einaudi Tascabili.

©Luciana Mella – Articolo pubblicato sulla rivista Como (direttore responabile Vincenzo Guarracino), anno 1996.

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